La valutazione del rischio cancerogeno, mutageno e reprotossico nel DVR non può limitarsi alla raccolta delle Schede Dati di Sicurezza.
Le SDS rappresentano un punto di partenza fondamentale, ma da sole non descrivono l’esposizione reale dei lavoratori.
Per costruire una valutazione efficace è necessario collegare la pericolosità delle sostanze alle condizioni effettive di lavoro: quantità utilizzate, durata e frequenza delle attività, concentrazione degli agenti, stato fisico, possibili vie di assorbimento, lavoratori coinvolti e misure di prevenzione adottate.
Il Titolo IX, Capo II del D.Lgs. 81/2008 riguarda infatti le attività nelle quali i lavoratori sono o possono essere esposti ad agenti cancerogeni, mutageni o sostanze tossiche per la riproduzione a causa dell’attività lavorativa.
Con il D.Lgs. 135/2024, la disciplina italiana comprende espressamente anche le sostanze tossiche per la riproduzione.
Per le aziende diventa quindi essenziale verificare che il DVR descriva realmente ciò che accade durante il processo produttivo e non soltanto ciò che compare nell’inventario delle sostanze chimiche.
Rischio cancerogeno nel DVR: perché le sole SDS non bastano
Uno degli errori più frequenti consiste nel costruire la valutazione del rischio chimico e cancerogeno esclusivamente sulla base dei prodotti acquistati dall’azienda.
Il problema è che alcuni agenti pericolosi possono non essere presenti inizialmente nelle materie prime, ma formarsi durante il processo.
Saldatura, combustione, trattamento termico, pirolisi, degradazione dei materiali e altre lavorazioni possono generare sostanze che devono essere considerate all’interno della valutazione.
Un DVR efficace deve quindi rappresentare il processo nella sua interezza: dalla sostanza iniziale fino agli agenti che possono essere prodotti durante la lavorazione.
1. Verificare il censimento di sostanze e miscele
Il primo controllo riguarda l’inventario chimico aziendale.
È necessario verificare che sia aggiornato e che comprenda non soltanto le sostanze utilizzate quotidianamente, ma anche:
- prodotti impiegati occasionalmente;
- detergenti e prodotti di pulizia;
- sostanze utilizzate nelle manutenzioni;
- reagenti di laboratorio;
- catalizzatori;
- intermedi di processo;
- consumabili;
- prodotti utilizzati soltanto in determinate fasi produttive.
Ogni prodotto dovrebbe essere associato alla versione più recente disponibile della relativa Scheda Dati di Sicurezza.
Un prodotto utilizzato raramente non significa necessariamente un prodotto irrilevante dal punto di vista del rischio.
2. Individuare i cancerogeni generati dal processo
Il secondo controllo è uno dei più importanti.
La valutazione deve verificare anche la presenza di agenti cancerogeni, mutageni o reprotossici che si formano durante il processo produttivo.
È il caso, ad esempio, di alcune sostanze generate durante:
- saldatura;
- combustione;
- pirolisi;
- trattamento termico;
- lavorazioni ad alta temperatura;
- degradazione dei materiali;
- contatto o reazione tra determinate sostanze.
Limitarsi a cercare le classificazioni CMR nelle SDS dei prodotti acquistati può quindi portare a sottostimare il rischio.
La domanda corretta non è soltanto “quali sostanze acquistiamo?”, ma anche “quali sostanze possiamo generare durante il lavoro?”.
3. Controllare classificazione CLP e vie di assorbimento
Per ogni agente rilevante è necessario verificare attentamente la classificazione prevista dal Regolamento CLP.
Particolare attenzione deve essere riservata alle sostanze e miscele classificate nelle categorie CMR 1A e 1B.
La valutazione dovrebbe inoltre considerare:
- possibili notazioni cutanee;
- capacità di penetrazione attraverso la pelle;
- sensibilizzazione;
- caratteristiche fisiche dell’agente;
- modalità di dispersione;
- altre proprietà rilevanti per la salute dei lavoratori.
Un errore frequente consiste nel concentrare tutta l’attenzione sull’esposizione per inalazione.
Per alcune sostanze, invece, l’assorbimento cutaneo può rappresentare una componente significativa dell’esposizione complessiva anche quando le concentrazioni aerodisperse risultano contenute.
4. Verificare se la sostituzione è stata realmente valutata
La sostituzione rappresenta uno dei principi fondamentali della prevenzione del rischio cancerogeno.
L’articolo 235 del D.Lgs. 81/2008 attribuisce priorità alla riduzione o eliminazione dell’utilizzo dell’agente attraverso la sua sostituzione, quando tecnicamente possibile, con una sostanza, miscela o procedimento non nocivo o meno nocivo.
Nel DVR dovrebbe quindi emergere chiaramente se questa possibilità è stata analizzata.
Quando la sostituzione non risulta tecnicamente possibile, è opportuno che la valutazione documenti le ragioni che hanno portato al mantenimento della sostanza o del procedimento.
La semplice affermazione “non sostituibile” non dovrebbe trasformarsi in una formula automatica priva di un’effettiva valutazione tecnica.
5. Individuare tutti i lavoratori esposti e potenzialmente esposti
Un altro errore frequente è considerare soltanto gli operatori che utilizzano direttamente una sostanza pericolosa.
L’esposizione può invece riguardare anche lavoratori che svolgono attività nelle vicinanze o che intervengono soltanto occasionalmente.
Devono quindi essere considerati anche:
- manutentori;
- addetti alle pulizie;
- supervisori;
- personale che transita nelle aree interessate;
- lavoratori impegnati in attività simultanee;
- addetti ad attività accessorie.
La corretta identificazione dei gruppi omogenei di esposizione permette di programmare in maniera più efficace monitoraggi, misure preventive e sorveglianza sanitaria.
6. Controllare l’efficacia delle misure tecniche
La presenza di un impianto di aspirazione non dimostra automaticamente che il rischio sia correttamente controllato.
Lo stesso vale per segregazioni, sistemi chiusi e ventilazione.
Le misure tecniche devono essere valutate sulla base della loro efficacia reale.
Per un impianto di aspirazione localizzata, ad esempio, può essere necessario verificare:
- portata;
- velocità di cattura;
- posizione rispetto alla sorgente;
- geometria della captazione;
- interferenze dovute alle correnti d’aria;
- condizioni dei filtri;
- manutenzione;
- eventuali perdite;
- utilizzo effettivo da parte degli operatori.
Un sistema presente ma non verificato può fornire un falso senso di sicurezza.
7. Riesaminare monitoraggi ambientali e personali
Quando necessari, i monitoraggi devono essere rappresentativi delle reali condizioni di esposizione.
Un rapporto di laboratorio, da solo, non garantisce che la valutazione sia corretta.
È necessario verificare anche come è stato costruito il campionamento.
Tra gli elementi da controllare rientrano:
- mansione campionata;
- durata del campionamento;
- condizioni operative della giornata;
- materiali lavorati;
- frazione granulometrica analizzata;
- metodo analitico;
- limite di quantificazione;
- sensibilità del metodo;
- incertezza della misura;
- confronto con il valore limite pertinente.
Quando i valori limite sono particolarmente bassi, la qualità della strategia di campionamento e della metodologia analitica diventa ancora più importante.
Campionare una situazione non rappresentativa significa rischiare di descrivere un’esposizione diversa da quella che il lavoratore incontra normalmente.
8. Verificare DPI, adattabilità e manutenzione
I dispositivi di protezione individuale devono essere scelti sulla base della valutazione del rischio e inseriti all’interno della corretta gerarchia delle misure di prevenzione.
Non devono diventare una scorciatoia per compensare l’assenza di interventi tecnici ragionevolmente realizzabili.
Nel caso dei dispositivi di protezione respiratoria non è sufficiente verificare la presenza di una determinata classe di filtro.
Occorre considerare anche:
- tipo di contaminante;
- concentrazione;
- fattore di protezione necessario;
- compatibilità con altri DPI;
- corretta tenuta sul volto;
- condizioni fisiche dell’utilizzatore;
- manutenzione;
- sostituzione dei filtri;
- pulizia;
- conservazione;
- formazione e addestramento pratico.
Un dispositivo tecnicamente adeguato ma utilizzato in modo scorretto può ridurre significativamente il livello di protezione reale.
9. Controllare sorveglianza sanitaria e registro degli esposti
La valutazione del rischio cancerogeno deve essere coerente anche con la sorveglianza sanitaria.
Il medico competente deve disporre delle informazioni necessarie per comprendere il profilo di esposizione dei lavoratori e collaborare alla valutazione.
Nei casi previsti dal Titolo IX, Capo II, deve inoltre essere verificata la corretta gestione del registro di esposizione e delle cartelle sanitarie e di rischio secondo quanto previsto dall’articolo 243 del D.Lgs. 81/2008.
Non basta quindi verificare che il registro esista.
È necessario controllare la coerenza tra:
- lavoratori inseriti;
- mansioni svolte;
- agenti considerati;
- condizioni di esposizione;
- risultati della valutazione;
- eventuali monitoraggi effettuati.
Documenti che non comunicano tra loro rappresentano spesso il segnale di una valutazione che necessita di essere approfondita.
10. Aggiornare il DVR quando cambia il rischio
La valutazione non è un documento immutabile.
Nuove classificazioni, modifiche di processo, introduzione di nuove sostanze, risultati dei monitoraggi, variazioni impiantistiche o nuovi valori limite possono rendere necessario riesaminare il DVR.
Tra i possibili elementi che devono far scattare una verifica troviamo:
- sostituzione di materie prime;
- nuove lavorazioni;
- modifiche degli impianti;
- aumento dei volumi produttivi;
- nuove informazioni tossicologiche;
- aggiornamento della classificazione CLP;
- nuovi valori limite di esposizione;
- risultati inattesi dei monitoraggi;
- modifica delle mansioni o dell’organizzazione del lavoro.
L’introduzione di nuovi OEL europei rappresenta inoltre un’occasione utile per verificare preventivamente la solidità della valutazione già presente in azienda.
Una domanda utile per verificare la qualità del DVR
Esiste una domanda molto semplice che può aiutare un’azienda a capire quanto sia robusta la propria valutazione.
Se domani il valore limite di una sostanza diventasse dieci volte più basso, l’azienda saprebbe dimostrare rapidamente quali lavoratori sono esposti, durante quali attività, a quali livelli e con quale efficacia delle misure di prevenzione?
Se recuperare queste informazioni richiede di ricostruire completamente il processo, probabilmente il DVR merita un approfondimento.
DVR cancerogeni: una checklist che deve descrivere il processo reale
Un DVR efficace per il rischio cancerogeno, mutageno o reprotossico dovrebbe poter essere letto come una vera e propria mappa dell’esposizione.
Deve permettere di individuare con chiarezza:
sorgente del rischio → lavoratore esposto → via di esposizione → misura di prevenzione → dato che ne dimostra l’efficacia.
È la coerenza tra questi elementi a determinare la qualità della valutazione.
La checklist non serve quindi soltanto a verificare la conformità documentale, ma anche a individuare le aree sulle quali concentrare investimenti, monitoraggi e interventi di prevenzione.
Casini Service affianca le aziende nella valutazione del rischio cancerogeno, mutageno e reprotossico, verificando sia la documentazione sia le reali condizioni dei processi produttivi.




