Non basta acquistare un defibrillatore: serve costruire un sistema capace di intervenire nei primi minuti
Quando si parla di sicurezza sul lavoro, il pensiero corre normalmente alla prevenzione degli infortuni, alla valutazione dei rischi, ai dispositivi di protezione, alla formazione e alle procedure di emergenza. Esiste però un evento che può verificarsi improvvisamente in qualunque ambiente di lavoro, anche in assenza di un infortunio: l’arresto cardiaco improvviso.
Può colpire un lavoratore, un cliente, un fornitore, un visitatore o qualsiasi altra persona presente in azienda. In quel momento la differenza non viene fatta soltanto dall’arrivo dei soccorsi sanitari, ma soprattutto da ciò che accade nei minuti che precedono il loro arrivo.
Per questo ritengo che la domanda corretta per un’organizzazione non dovrebbe essere semplicemente: “Sono obbligato ad avere un DAE?”.
La domanda dovrebbe piuttosto essere: “Se una persona avesse un arresto cardiaco oggi, all’interno della mia azienda, saremmo realmente in grado di riconoscerlo, iniziare una rianimazione cardiopolmonare e utilizzare un defibrillatore in pochi minuti?”
È su questa domanda che si costruisce una vera strategia di cardioprotezione.
Arresto cardiaco: un’emergenza realmente tempo-dipendente
L’arresto cardiaco rappresenta una delle emergenze sanitarie nelle quali il fattore tempo assume maggiore importanza. L’Istituto Superiore di Sanità, nella documentazione aggiornata sulla gestione dell’arresto cardiaco, indica per l’arresto cardiaco extraospedaliero un’incidenza annuale compresa indicativamente tra 67 e 170 casi ogni 100.000 abitanti, con una sopravvivenza media ancora molto bassa, intorno all’8%.
Questo dato dovrebbe far riflettere anche il mondo del lavoro.
L’azienda, infatti, è uno dei luoghi nei quali trascorriamo una parte considerevole della nostra giornata. Stabilimenti industriali, uffici, cantieri, magazzini, strutture commerciali, alberghi, porti, aziende con turnazioni notturne o sedi lontane dai centri abitati possono ospitare quotidianamente decine, centinaia o migliaia di persone.
Un arresto cardiaco può quindi verificarsi anche durante l’attività lavorativa senza essere necessariamente collegato a un infortunio professionale.
Le Linee Guida 2025 dell’European Resuscitation Council confermano la centralità della cosiddetta Chain of Survival: riconoscimento precoce dell’emergenza, attivazione dei soccorsi, rianimazione cardiopolmonare e defibrillazione precoce costituiscono passaggi fondamentali per aumentare le possibilità di sopravvivenza.
Il DAE deve quindi essere visto per ciò che realmente è: uno strumento che consente di portare la defibrillazione vicino alla vittima prima dell’arrivo dei soccorsi avanzati.
Che cos’è realmente un DAE
Il Defibrillatore Automatico o Semiautomatico Esterno è un dispositivo medico progettato per analizzare l’attività elettrica cardiaca e riconoscere automaticamente determinati ritmi defibrillabili.
Non è quindi l’operatore a decidere autonomamente se erogare una scarica. Il dispositivo analizza il ritmo e, quando previsto, guida il soccorritore attraverso indicazioni vocali e visive.
Il D.M. 16 marzo 2023 precisa che i DAE devono essere in grado di eseguire automaticamente l’analisi dell’attività elettrica cardiaca, gestire l’eventuale caricamento per l’erogazione dello shock e registrare i tracciati elettrocardiografici e i dati relativi all’utilizzo dell’apparecchio.
Questa caratteristica rende il DAE uno strumento progettato per essere utilizzato anche al di fuori dell’ambiente sanitario.
Chi può utilizzare il defibrillatore?
Su questo argomento esiste ancora molta confusione.
La Legge 4 agosto 2021, n. 116 ha modificato la precedente disciplina, stabilendo che l’utilizzo del defibrillatore semiautomatico o automatico è consentito al personale sanitario non medico e al personale non sanitario che abbia ricevuto una formazione specifica nella rianimazione cardiopolmonare.
Ma la stessa norma introduce un principio ancora più importante: in assenza di personale formato, in caso di sospetto arresto cardiaco è comunque consentito l’utilizzo del DAE anche a una persona priva della specifica formazione. La disposizione richiama inoltre l’articolo 54 del Codice penale per chi interviene nel tentativo di prestare soccorso.
Questo non significa che la formazione abbia perso importanza.
Al contrario.
Sapere come riconoscere un arresto cardiaco, attivare correttamente il 112/118, effettuare compressioni toraciche efficaci, recuperare e utilizzare rapidamente il DAE e coordinare più soccorritori può ridurre esitazioni ed errori in un momento caratterizzato inevitabilmente da forte stress.
La legge può consentire di utilizzare il DAE anche senza formazione; la formazione insegna invece a essere realmente pronti a farlo.
Il DAE è obbligatorio in tutte le aziende?
È necessario fare chiarezza anche su questo punto, evitando semplificazioni.
La Legge 116/2021 ha previsto un programma per la progressiva diffusione dei defibrillatori individuando specifici contesti, tra cui sedi di pubbliche amministrazioni con determinate caratteristiche, aeroporti, stazioni, porti, mezzi di trasporto e gestori di servizi pubblici. Specifiche disposizioni riguardano inoltre il settore sportivo.
Non esiste quindi, in termini generali, un obbligo indiscriminato che imponga a ogni impresa privata italiana, indipendentemente dalle proprie caratteristiche, l’installazione di un DAE.
Ma fermarsi a questa conclusione sarebbe riduttivo.
Il successivo D.M. 16 marzo 2023, che definisce criteri e modalità per l’installazione dei defibrillatori, invita infatti a valutare la disponibilità dei DAE in funzione dell’afflusso di persone e dei dati epidemiologici e cita espressamente, tra i luoghi caratterizzati da flussi di persone o attività a rischio, anche le strutture industriali.
La cardioprotezione aziendale dovrebbe quindi essere affrontata con una logica di valutazione e organizzazione, non soltanto con una logica di mero obbligo legislativo.
Quando un’azienda dovrebbe seriamente valutare l’installazione di un DAE
Non tutte le realtà lavorative sono uguali. Un piccolo ufficio situato nel centro di una città presenta caratteristiche profondamente differenti da uno stabilimento industriale esteso su migliaia di metri quadrati o da un’attività isolata geograficamente.
Il D.M. 16 marzo 2023 offre indicazioni estremamente interessanti perché stabilisce che la collocazione dei DAE deve tenere conto del numero di persone presenti, dei flussi, della superficie degli ambienti e delle difficoltà di accesso, come porte tagliafuoco, tornelli o checkpoint. L’obiettivo indicato dalla norma è quello di costruire una rete capace di favorire la defibrillazione entro circa quattro-cinque minuti dall’arresto cardiaco.
In ambito aziendale ritengo quindi particolarmente importante valutare il DAE quando sono presenti molti lavoratori o visitatori, quando lo stabilimento è molto esteso, quando esistono sedi isolate, quando i tempi di arrivo del soccorso sanitario possono essere rilevanti, quando sono presenti turnazioni notturne oppure quando l’attività richiama quotidianamente un numero significativo di persone.
Lo stesso principio dovrebbe essere applicato a cantieri complessi, stabilimenti produttivi, porti, cantieri navali, grandi magazzini, centri logistici e organizzazioni distribuite su più edifici.
Non conta soltanto possedere un defibrillatore.
Conta soprattutto quanto tempo serve per portarlo accanto alla persona che ne ha bisogno.
Il vero errore: acquistare un DAE e dimenticarsene
Una delle criticità più frequenti nei progetti di cardioprotezione è considerare concluso il lavoro nel momento dell’acquisto.
Il DAE viene installato, fotografato, magari inserito tra le dotazioni aziendali e poi progressivamente dimenticato.
Ma un defibrillatore con batteria scarica, elettrodi scaduti, collocazione sconosciuta ai lavoratori o chiuso in un locale difficilmente accessibile rischia di diventare una sicurezza soltanto apparente.
Il D.M. 16 marzo 2023 fornisce indicazioni molto precise anche sotto questo profilo. È prevista l’individuazione di un soggetto responsabile del corretto funzionamento del DAE e dell’informazione agli utenti; deve essere verificato lo stato operativo del dispositivo e deve essere istituito un registro sul quale annotare periodicamente, con frequenza minima settimanale, lo stato del defibrillatore, della batteria e delle piastre. La norma valorizza inoltre i sistemi di telecontrollo e monitoraggio remoto.
La manutenzione deve quindi essere inserita in un processo organizzativo stabile.
Il DAE non è un estintore da lasciare a parete sperando di non utilizzarlo mai: è un dispositivo medico salvavita che deve essere immediatamente disponibile e perfettamente operativo quando serve.
Anche la posizione del DAE può fare la differenza
Posizionare il dispositivo in infermeria, nell’ufficio del responsabile o all’interno di una stanza chiusa può sembrare una scelta ordinata ma può rivelarsi inefficace durante un’emergenza.
Le indicazioni ministeriali prevedono che i dispositivi siano collocati in punti visibili e accessibili e vietano, nei contesti disciplinati dal decreto, collocazioni in ripostigli o locali non accessibili, così come chiusure che ne ostacolino il rapido utilizzo. Deve inoltre essere presente un’adeguata segnaletica e la posizione del DAE deve essere riportata anche sulle planimetrie di emergenza.
In una grande azienda potrebbe quindi essere insufficiente acquistare un solo dispositivo.
Il parametro corretto non è: “Quanti DAE abbiamo?”.
Il parametro corretto diventa: “Da qualsiasi area dell’azienda, quanto tempo occorre per raggiungere il DAE, tornare dalla vittima e iniziare la defibrillazione?”
È una differenza concettuale fondamentale.
Un progetto aziendale di cardioprotezione
Una strategia efficace dovrebbe integrare tecnologia, organizzazione e formazione. In concreto, un’azienda che decide di cardioproteggersi dovrebbe almeno:
- valutare numero di lavoratori, visitatori, dimensioni della sede, turnazioni, accessibilità e distanza dei soccorsi;
- individuare numero e collocazione dei DAE sulla base dei tempi reali di recupero;
- installare segnaletica chiaramente riconoscibile;
- procedere agli adempimenti di registrazione e comunicazione previsti verso il sistema di emergenza territorialmente competente;
- individuare un responsabile della gestione e del controllo del dispositivo;
- monitorare batterie, elettrodi, autotest e scadenze con registrazioni periodiche;
- formare un numero adeguato di lavoratori alle manovre BLS-D, distribuendoli possibilmente tra reparti e turni;
- inserire l’arresto cardiaco tra gli scenari considerati nelle procedure e nelle esercitazioni di emergenza.
La Legge 116/2021 prevede inoltre la registrazione dei DAE presso le centrali operative del sistema di emergenza sanitaria territorialmente competente, proprio per permettere la rapida localizzazione del dispositivo in caso di necessità.
La formazione BLS-D rimane fondamentale
Un DAE moderno è progettato per guidare l’utilizzatore e impedire l’erogazione di una scarica quando questa non è indicata. Tuttavia, l’intervento durante un arresto cardiaco non consiste semplicemente nell’accendere una macchina.
Bisogna riconoscere rapidamente una persona incosciente che non respira normalmente, allertare il sistema di emergenza, iniziare le compressioni toraciche, organizzare il recupero del dispositivo, applicare correttamente gli elettrodi e seguire le indicazioni del DAE continuando la rianimazione fino all’arrivo dei soccorsi.
L’European Resuscitation Council continua infatti a considerare formazione pratica, RCP e utilizzo dell’AED elementi centrali del Basic Life Support.
La formazione ha inoltre un’altra funzione spesso sottovalutata: riduce la paura di intervenire.
Durante un’emergenza reale, conoscere teoricamente l’esistenza di un DAE è molto diverso dall’averlo già aperto, aver applicato degli elettrodi su un manichino, aver ascoltato i messaggi vocali e aver simulato una rianimazione completa.
Una buona organizzazione dovrebbe quindi puntare non soltanto al conseguimento dell’attestato, ma al mantenimento nel tempo delle competenze operative.
Cardioprotezione e cultura della sicurezza
A mio avviso questo è il punto più importante.
Un’impresa realmente attenta alla sicurezza non dovrebbe limitarsi a domandarsi quali siano gli adempimenti minimi necessari per evitare una sanzione.
Dovrebbe chiedersi quali misure ragionevolmente applicabili possano migliorare concretamente la capacità di proteggere le persone.
È la stessa differenza che esiste tra adempiere e prevenire.
Un DAE accessibile, mantenuto efficiente e inserito all’interno di un’organizzazione composta da persone formate rappresenta un segnale preciso: l’azienda ha deciso di prepararsi anche agli eventi rari ma potenzialmente devastanti.
E questa scelta non tutela esclusivamente i lavoratori.
Il dispositivo può essere utilizzato per un cliente, un trasportatore, un manutentore esterno, un visitatore o una persona che si trovi casualmente nelle vicinanze.
Un punto DAE aziendale può quindi trasformarsi, in determinate circostanze, in una risorsa per l’intera comunità.
Dal “defibrillatore in azienda” all’“azienda cardioprotetta”
La differenza sembra soltanto linguistica, ma è sostanziale.
Avere un defibrillatore significa possedere un dispositivo. Essere un’azienda cardioprotetta significa avere costruito un sistema.
Un sistema nel quale qualcuno controlla periodicamente il DAE.
Un sistema nel quale i lavoratori sanno dove si trova.
Un sistema nel quale più persone sono formate alle manovre salvavita.
Un sistema nel quale la collocazione è stata scelta sulla base del tempo necessario per raggiungere una vittima e non sulla base della parete più comoda sulla quale appendere la teca.
Un sistema nel quale batterie ed elettrodi non vengono scoperti scaduti nel momento peggiore possibile.
È questo il vero significato della cardioprotezione.
Conclusioni
L’arresto cardiaco è un evento improvviso e non completamente prevedibile. Proprio per questo la capacità di risposta deve essere preparata prima che l’emergenza si verifichi.
La normativa italiana ha compiuto negli ultimi anni importanti passi avanti nella diffusione dei defibrillatori, nella loro localizzazione e nella semplificazione dell’utilizzo. Le Linee Guida ERC 2025 ribadiscono contemporaneamente quanto siano fondamentali il riconoscimento precoce, la rianimazione cardiopolmonare e la defibrillazione nella catena della sopravvivenza.
Per il mondo delle imprese il passaggio culturale dovrebbe essere altrettanto chiaro.
Il DAE non deve essere considerato un semplice dispositivo da acquistare, ma una componente di un progetto organizzato di gestione dell’emergenza.
La domanda, quindi, non è soltanto se un’azienda sia obbligata per legge ad averlo.
La domanda più importante è un’altra:
se domani una persona andasse in arresto cardiaco nella nostra azienda, avremmo fatto oggi tutto ciò che era ragionevolmente possibile per essere pronti a salvarla?
È da questa domanda che nasce una vera cultura della sicurezza.



